Reperti che raccontano

Ogni oggetto trovato al Palù è una finestra, uno sguardo su una persona che viveva, lavorava, mangiava, decorava il suo corpo, forse si ammalava.

Gli scavi hanno restituito moltissimi reperti: ceramiche, strumenti in pietra, oggetti in legno, resti di pasto, impronte di denti su grumi di resina. Ciascuno racconta qualcosa. Alcune domande hanno trovato risposta. Altre rimangono aperte.

Le pintadere

Il nome proviene dal portoghese pintadera, che significa "stampino". Ma la traduzione non rende. Un oggetto così piccolo, così prezioso, così connesso a gesti che non riusciamo ancora a ricostruire del tutto. Questi stampi in terracotta venivano usati principalmente per applicare pitture sul corpo e decorare tessuti, ma si pensa che venissero usati anche per marchiare sostanze morbide come la cera, la pasta di pane o l’argilla prima della cottura. I motivi riproducibili con le Pintadere erano molteplici, come ad esempio linee parallele, spirali, motivi a zig-zag e molti altri.
Le pintadere

Le Pintadere del Palù di Livenza

Nel 2016, gli scavi nel terzo settore portano alla luce ben tre pintadere a stampo, in ottimo stato di conservazione. Una integra, di forma circolare e con motivo a spirale, e due frammentarie con, rispettivamente, un motivo a bande parallele e uno a chevron.

Un oggetto europeo

Diffuse nelle culture neolitiche dei Balcani e dell’Europa centrale, nelle aree dell’Italia settentrionale compaiono quasi esclusivamente nella cultura dei Vasi a Bocca Quadrata.
La presenza di questi reperti al Palù di Livenza racconta di una stretta connessione tra gli abitanti del luogo e il mondo circostante: qualcuno portò questi oggetti, o la loro idea, da molto lontano.

Ceramiche e strumenti litici

Ceramiche e strumenti litici

I materiali più numerosi degli scavi sono i frammenti ceramici e gli strumenti in selce, i più eloquenti sulla vita di tutti i giorni.

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Settore 3 - Indagini 2015 - Un peso da telaio in terracotta (foto R. Micheli, archivio SABAP FVG)

Le ceramiche

Il vasellame del Palù è tipico della fase recente e tarda del Neolitico. I frammenti mostrano decorazioni con cordoni plastici e orli digitati, impressioni delle dita lungo il bordo del vaso, e bugne applicate sulla superficie. Vasi, scodelle e contenitori di vario tipo documentano la conservazione di liquidi, la preparazione del cibo e la vita domestica dell’epoca. Accanto ai frammenti, gli scavi hanno restituito anche oggetti interi o quasi interi: un grande vaso di essenza, un attingitoio in legno d'acero (ancora in corso di lavorazione quando fu abbandonato), pesi da telaio in terracotta, prova che al Palù si tesseva.

Gli strumenti in selce

La selce, una roccia silicea adatta alla lavorazione per scheggiatura, era il materiale per eccellenza degli utensili preistorici. Al Palù di Livenza sono stati trovati: punte di freccia di varia tipologia, lame, grattatoi, oltre a nuclei e schegge di lavorazione. Questi scarti provano che la selce veniva lavorata direttamente sul sito. Accanto alla selce, gli scavi hanno restituito accumuli di concotto, argilla indurita dal fuoco, e resti di pasto: ossa animali bruciate, semi carbonizzati.

Settori 1 e 2 - Indagini 1992-94 - Asce in pietra levigata da Palù di Livenza (Foto R. Micheli - Archivio SABAP FVG)

Le asce

Quattro asce in pietra levigata, databili tra la metà del V e la prima metà del IV millennio a.C. Tre hanno forma sub-trapezoidale con superfici ben levigate; una quarta ha forma più irregolare. Un frammento distale appartiene a un manufatto di dimensioni maggiori. L'analisi mineralogica delle asce ha rivelato qualcosa di sorprendente: la pietra proviene dal Voltri, in Liguria, a centinaia di chilometri dal Palù. Una prova di rotte commerciali attive e di una rete di scambi che attraversava tutta l'Italia settentrionale.

Settore 2/IV - Indagini 1993 - Attingitoio in corso di lavorazione in legno di acero (Archivio SABAP FVG)

Gli oggetti in legno

Nei diversi settori degli scavi sono stati trovati molteplici oggetti in legno, tra i più significativi c’è sicuramente una pagaia in legno di frassino, che testimonia come al Palù di Livenza si navigasse, quasi certamente su canoe ricavate da tronchi. Sono stati poi ritrovati un grande vaso, un frammento di immanicatura d'ascia in faggio e un attingitoio in corso di lavorazione in legno d'acero, lavorato a metà, probabilmente per l'abbandono improvviso del sito.

Settore 3 - Indagini 2020 - Ciotola in ceramica d’impasto con ghiande (Archivio SABAP FVG)

I resti alimentari

Le analisi archeobotaniche hanno identificato un quadro alimentare articolato: cereali coltivati (orzo, farro, farricello, grano duro e tenero) e frutta raccolta (mora di rovo, ghiande, nocciole, lamponi, fragole, fichi, susine, ciliegie, vinaccioli di uva selvatica) e semi di lino, probabilmente per le fibre. Le ossa animali provano invece che la caccia facesse parte delle attività svolte dagli abitanti dell’insediamento: cervo, capriolo, cinghiale popolavano l'habitat circostante. L'abbondanza e la varietà delle specie documentate suggeriscono una dieta equilibrata, fortemente dipendente dal territorio immediato.

Settore 3 - Indagini 2016 - Dente forato (foto R. Micheli, archivio SABAP FVG)

Il dente forato

L'ultimo giorno di scavo della campagna 2016, nell'ultima verifica dello strato, è emerso qualcosa di inatteso: un dente molare umano forato alla radice. Apparteneva a un individuo tra i 17 e i 21 anni. Il dente era stato perso naturalmente o estratto da un cadavere: le radici sono integre, segno che era già fuori dalla bocca quando fu forato. Qualcuno lo portava con sé, forse come ornamento, oppure come talismano o addirittura come ricordo. Ornamento personale? Trofeo di guerra? Ricordo di una persona cara? Nessuna delle interpretazioni ha ancora una conferma. È uno degli oggetti più rari dell'intera preistoria italiana ed europea nell'arco cronologico tra il 6.000 e il 3.500 a.C.

Gomma da masticare in pece di betulla - Archivio SABAP

reperti

La pece di betulla

Tre piccoli grumi di materiale organico con tracce di masticazione.

L'analisi chimica ha rivelato che si tratta di pece di betulla, ottenuta dalla distillazione secca della corteccia di betulla. Nella preistoria era usata principalmente come adesivo (è stata trovata sull'uomo del Similaun, il celebre Ötzi). Ma questi grumi mostrano qualcosa di diverso: segni di masticazione.

Perché la masticavano?

La betulla ha proprietà diuretiche, depurative, antisettiche e antinfiammatorie. Nella medicina popolare, la sua pece veniva usata per la cura delle malattie della pelle, del mal di gola, dei denti. La masticazione poteva essere terapeutica o semplicemente piacevole. Un gusto amaro, resinoso, che qualcuno trovava soddisfacente.
Reperti identici sono stati trovati in siti palafitticoli del Lago di Costanza, in Germania. Il Palù di Livenza condivideva con quei villaggi le stesse abitudini, e forse gli stessi scambi. Una rete di comunità, attraverso le Alpi, che masticava la stessa sostanza.

Visita al museo

Dove si trovano i reperti di Palù?

I reperti ritrovati nel Palù di Livenza si trovano a Pordenone, al Museo Archeologico del Friuli Occidentale, nel Castello di Torre.

Vedere i reperti di persona cambia il modo in cui si cammina sul sito. Capire cosa c'è sotto il suolo del Palù, attraverso gli oggetti che ne sono stati estratti, rende l’esperienza completamente diversa, rendendo ogni successiva visita al Palù di Livenza più consapevole.

Museo e Palù si completano a vicenda, e non c'è un ordine obbligatorio, ma molti visitatori trovano più utile partire dal Museo.

Visita al museo

Museo archeologico
di Pordenone

Il Museo, allestito tra il 2006 e il 2013 nella sede del castello medievale, ospita una sala permanente dedicata ai materiali tardoneolitici del sito: le ceramiche, gli strumenti litici, gli oggetti in legno, e una selezione dei reperti più significativi emersi dalle campagne di scavo.

Il Castello di Torre è l'ultima dimora del conte Giuseppe di Ragogna, appassionato archeologo che operò nel circondario di Pordenone nella seconda metà del Novecento, e scopritore di molti dei siti che oggi il Museo conserva.

 

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scorcio di natura

L’unico in Friuli.
Uno dei 111 dell’arco alpino.